lunedì 21 maggio 2018

Le poesie di Leo Sinzi: "Kola, il tonnarello (Mattanza)"


Kola, il tonnarello 
(Mattanza)

Scorrono quinte al seguito
di Febo, bardo auriga
che chiude il suo cammino
sfiorando seni e fianchi
di vette ombrose e gelide
che, grate, il volto accendono.

Rovente l'avanscena
di tele scosse al vento.
Spumeggia la ribalta:
legno che brucia, e Kola
strappa il sipario e vola
diretto verso il sole
ma il buio lo richiama
l'avvolge, lo rinserra.

Nel silenzio rimbomba
lo sciabordio dell'onda.
La passerella trema.
Com'Icaro a Cnosso
lui vola, vola ancora
e cade. Si spegne
sulla scena il riflettore.



Versi di Leo Sinzi/zio-silen

Nella foto di Leo Sinzi: "Tonnara Florio"





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lunedì 14 maggio 2018

Un acquedotto bizantino alla Zisa?


Oggi rivisito la Cappella della SS. Trinità alla Zisa. Dalla terrazza, dopo aver toccato con mano la rossa cupoletta realizzata, nel dodicesimo secolo, dalle maestranze arabe, mi dedico ad alcuni scatti panoramici. Ad un tratto nell'obiettivo si materializzano le arcate di quello che sembra un antico acquedotto. Chiedo lumi alla guida che mi affianca. In effetti quel manufatto, lungo un centinaio di metri, è costituito dai resti del cosidetto "Acquedotto bizantino" che convogliava le acque del fiume Gabriele verso la città e, probabilmente, alimentava i bacini del Genoardo (Paradiso in terra) e la peschiera della regia residenza arabo-normanna: la Zisa.

 Cupoletta della Cappella della SS. Trinità.


Veduta panoramica con il Monte Cuccio sullo sfondo, i capannoni dei Cantieri Culturali (già Officine Ducrot) sulla destra e l'Acquedotto bizantino che funge da muro di confine tra i Cantieri Culturali ed un terreno erboso di proprietà privata.

 
Dalla posizione privilegiata in cui mi trovo posso ammirare dall'alto il vicino Castello della Zisa e un tratto delle mura interne di quel che rimane del portico, con terrazzo balaustrato, che consentiva ai sovrani di raggiungere la Cappella al ripario dalle intemperie e dai malintenzionati.

Altra immagine dell'Acquedotto bizantino.



Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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domenica 29 aprile 2018

Stranezze palermitane: "Santa Ninfa e il tricolore" e "Dov'è la toilette?"

 Balaustra della Cattedrale di Palermo: Santa Ninfa di Gaspare Guercio (1755) prende (tri)colore.


Cattedrale di Palermo: Cappella del Beato... con toilette a scomparsa.




Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)



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martedì 10 aprile 2018

Cuntu: "Ho visto cose... al largo dei Bastioni di San Pietro"


In attesa di superare le forche caudine del metal detector per immergermi nelle raffinatezze dei pittori fiamminghi - in questi giorni ospitati nella Sala Montalto - sosto, implotonato con un centinaio di turisti giapponesi, russi e alpigiani, sulla piattaforma lignea che dalla biglietteria conduce agli ingressi posteriori del Palazzo dei Normanni. Ad un tratto, una raffica di clic mi fa sobbalzare. Percorro con lo sguardo la direzione degli obiettivi e vedo cose che voi lettori non potreste immaginare: nell'angolo meridionale del  cinquecentesco Bastione San Pietro, all'ombra dei centenari pini del giardino pensile, si erge una costruzione color beige antico, con copertura (apparentemente "etrusca") in terracotta ed una teoria di alette crystal white che nel chiudere le ampie finestre a mo' di tapparelle lasciano fuoriuscire verso la Reggia un mozzicone di "catuso" squincio. Tutti i presenti azzardano ipotesi sulle origini del manufatto. Nella babele colgo l'opinione di un tirolese che afferma trattarsi di opera composita che raccoglie, in un unicum armonioso, culture e stili di quanti nei secoli in quel luogo trovarono ricetto: Elimi, Greci, Fenici, Romani, Cartaginesi, Vandali, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Borbonici, Savoiardi... ARSiliani.
A me - perfetto profano in materia di architettura, arte e storia di quel sito - sembra solo un obbrobrio d'oggidì che sta dove non dovrebbe stare. Lo skyline del bastione cinquecentesco, infatti, grida vendetta; mentre le mura normanne - palesemente fatte d'altra pasta - grondano lacrime di sconforto. Poi però - contagiato da cotanto massivo entusiasmo - in un moto di francescana umiltà, mi dico: "in fondo, in fondo chi sono io per giudicare?". E, impugnata la mia reflex lanzichenecca, immortalo (di squincio) quel pezzo di bellezza unica.

 



Prima e dopo


Foto e cuntu semiserio di Leo Sinzi (zio-silen)

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sabato 31 marzo 2018

Auguri ai lettori con l'«Ovu di Pasqua»


Ovu di Pasqua

L'ovu cchiù beddu vogghiu accattàri
cu 'na surprisa: occhi pì taliari
'a  luminara tornu a 'na Crucidda. 


'U Figghiu mori. 'U Patri s'abbicìna,

manu nta manu 'n celu si Lu porta.
Dici: «li viri? sunnu mischineddi
'a stissa carni, cancia 'u cirivèddu: 


sciarri, catùnii, guerra ntra li genti
cu ferru, focu, granni patimenti.
Ancora 'un sannu - tempu è di pàsciri  -
ca l'Omu è mortu p'iddi rinàsciri».



TRADUZIONE PER I NON SICULI 


Uovo di Pasqua

L'uovo più bello voglio comprare
con la sorpresa: occhi per guardare
la luminaria intorno alla Croce.

Il Figlio muore. Il Padre s'avvicina,
mano nella mano in cielo se Lo porta.
Dice: «li vedi? sono poveretti
stessa origine, mille diversità:

baruffe, scontri, guerra tra le genti
con ferro, fuoco, grandi patimenti.
Ancora non sanno - è tempo di nutrirli -
che l'Uomo è morto per loro rinascere».


(Leo Sinzi)






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